COME ERAVAMO

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lunedì 7 gennaio 2008

UNA MANO LAVA L'ALTRA

questo scritto che segue me lo spacciano per essere di Pablo Neruda, non so, forse,... non mi va neanche di verificare, però mi è piaciuto e lo pubblico con piacere., oh inteso che se a Neruda gli piacesse qualcosa di mio... lo pubblicasse pure... senza problemi, che diamine...se non ci si da una mano tra noi... è finita..
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Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce. Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti. Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante. Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce. Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
Pablo Neruda
certo è che stando a sta roba.. io c'avrei già il piede nella fossa..

lunedì 15 ottobre 2007

canzone YMCA dei village people

traduzione: Giovane uomo, non c'è bisogno di sentirsi giù Ho detto, giovane uomo, alzati da terra Ho detto, giovane uomo, perché sei in una nuova città Non c'è bisogno di essere infelici Giovane uomo, c'è un posto dove puoi andare Ho detto, giovane uomo, quando sei a corto di soldi Puoi rimanere lì, e sono sicuro che scoprirai Molti modi per avere una buona giornata È divertente stare all'YMCA È divertente stare all'YMCA Loro hanno ogni cosa per far divertire i ragazzi Puoi stare con loro E' divertente stare all'YMCA Puoi lavarti Puoi avere un buon pasto Puoi fare qualunque cosa ti senti Giovane uomo, mi stai ascoltando Ho detto, giovane uomo, cosa vuoi diventare? Ho detto, giovane uomo, puoi realizzare i tuoi sogni Ma devi sapere quest'unica cosa No uomo, fallo tutto da solo Ho detto, giovane uomo, metti il tuo orgoglio su uno scaffale (da parte) E vai là all'YMCA Sono sicuro che loro oggi ti possono aiutare È divertente stare all'YMCA È divertente stare all'YMCA Loro hanno ogni cosa per far divertire i ragazzi Puoi stare con loro È divertente stare all'YMCA Puoi lavarti Puoi avere un buon pasto Puoi fare qualunque cosa ti senti Giovane uomo, io ero una volta nei tuoi panni Ho detto, ero ero senza un tetto e depresso Ho sentito, uomo non preoccuparti se sono sopravvissuto Ho sentito il mondo intero starmi stretto E' stato in quel momento che qualcuno si è avvicinato a me E ha detto giovane vai su per quella strada C'è un posto là chiamato YMCA Loro possono iniziare a farti tornare sulla tua strada

domenica 14 ottobre 2007

LA MUSICA CHE GIRA INTORNO

MARIO ALAMPI SCRISSE TEMPO FA AD UNA FANCIULLA:
“LA MUSICA CHE GIRA INTORNO” ascoltata durante la notturna al mare. Non pensare mai che qualcosa non possa succederti:chi l’avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato a scrivere con le unghie dei mignoli laccate ( ed altrettanto gli alluci) segno evidente di giorni più che mai casual, a cavallo degli ultimi fuochi di agosto. Pensieri in libertà, almeno nel breve spazio che corre dalla porta alle sbarre della finestra, incastonate come un brillante su quel grigio maledetto muro. Quel che resta è di là, a volo sul mare e sui boschi,a piedi su strade bianche polverose di sassi: lascia che siano i platters a cantare “ polvere di stelle” dallo stereo della macchina. Sarebbe bello avere un nastro e registrarci tutte le canzoni, le battute,i soprannomi ed i giochi di parole che ormai fanno parte del turno. Ma forse non è giusto imprigionare, magari nella tua stessa cella, questo prossimo passato, quasi presente, per tentare, assieme ai tuoi compagni, l’ennesima,improbabile fuga. Non raggiungeresti mai gli altri, quelli che stanno fuori, e forse,una volta ricongiunti, neppure li riconosceresti. Situazioni ad incastro, come scatole cinesi, ti fanno sentire meno prigioniero:in quale scatola sarò?Quante ne contiene e da quante è contenuta?ed anche meno solo;in fondo basta bussare al muro della cella accanto,per poter sentire qualcuno che afferra tra le sbarre la coda di un uccello. Falco o gabbiano, porterà il suo messaggio dove ogni squarcio tra le nuvole significa qualcosa. Hanno appena rotto il manico di una pentola,e così anche lei diventerà come certi stati d’animo che non sai come prendere, o nel migliore dei casi ti resterà il manico in mano,e la pentola per conto suo. La cosa più urgente da fare è un po’ di sano cazzeggio: le occasioni qui del resto non mancano e si può dire che sia l’attività principale di programma. Non possiamo andare avanti a ridere così,è la nostra ultima speranza: chissà che sentendoci ridere tutti in coro, quelli che stanno laggiù non vengano a tirarci fuori. Ed il sopracciglio che si alza ti dice già che in fondo vivere non è poi cosa tanto seria.

lunedì 1 ottobre 2007

ARMAGEDDON

per tutti quelli che ritroveremo per quelli rimasti indietro per chi ha dato tutto nessuno sarà dimenticato A Monaco ti sia lieve la terra Armageddon Cronaca dell’Apocalisse in una notte di mezza estate L’unico modo per ricordare chi è andato via combattendo fino all’ultimo L'Armageddon o Har-Mageddon (in greco αρμαγεδδων) indica la battaglia finale tra i re della terra (incitati da Satana) e il Dio dei cristiani, tra il bene e il male di cui si parla nell'Apocalisse, nel Nuovo Testamento, oppure, più genericamente, indica una catastrofe apocalittica. Il termine viene spesso usato per indicare la battaglia in sé oppure, nella sua accezione più estesa, l'Apocalisse stesso. Il termine Armageddon nella Sacra Scrittura compare in un solo verso del Nuovo Testamento, nel Libro dell'Apocalisse16,16, dove si dice sia un termine ebraico, ma si pensa che esso derivi dalle parole ebraiche Har Megido (הר מגידו), che significa "la collina di Megiddo". Megiddo era il luogo di molte battaglie decisive nell'antichità'. Esterno notte – lo scontro finale Protagonisti: Vincenzo Mirenzi detto Monaco Kan Marco Agliata detto l’assistente Valter Cimino detto ciccio Valter Di Dio detto scossa Marco Vitali detto killer Enrico Musy detto roscio Gianni Paoloni detto Polansky e forse c’era anche qualcun altro, ovvero: non si è mai abbastanza per morire. Nella descrizione degli eventi che seguiranno il lettore deve sapere che c’è una soglia, nell’animo umano, superata la quale le cose non sono più le stesse; è la soglia che separa il mondo conosciuto da quello ignoto che può riservare spaventose scoperte poiché, come diceva F. Dostoijevsky, “quelli che vanno sempre all’ultimo confine, passano sempre il limite”. Una leggera brezza soffiava tra le tende, quella notte la calma sembrava essere ovunque anche se dopo cena erano stati percepiti strani flussi di energia intorno alla vecchia mensa che quell’anno, siamo nel 1975, era ancora funzionante; nessuno però aveva dato peso a questo annuncio di quella che possiamo certamente annoverare come la notte dell’Apocalisse o dei morti viventi, senza alcun riferimento agli zombie deambulanti ma al fatto che quello che doveva essere, per coerenza con le più elementari leggi della fisica e della dinamica dei corpi, un vero e proprio massacro reciproco, annoverò alla fine degli eventi soltanto alcuni feriti lacero contusi (solo leader, ovviamente). La vecchia mensa aveva una pianta a T con il lato lungo destinato allo spazio per i tavoli e il lato corto (a due piani) che aveva al piano terra la cucina, la dispensa e lo spaccio e al piano primo le stanze per i cucinieri e manutenzione con il bagno. Finite le attività notturne i campeggisti andarono a dormire ignari di quegli accadimenti che di li a poco avrebbero cambiato per sempre la vita di molte persone portandoli sull’orlo dell’abisso, dell’irrimediabile, sulla via del non ritorno e consentendogli di tornare indietro: per un breve momento i protagonisti videro aprirsi le porte dell’Apocalisse. Quella notte “ho visto cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... Unità NEXUS6 Roy Batty N6MAA10816 Ment.LEV A.” Tra poco capirete a cosa Ridley Scott si è ispirato per il film Blade Runner. E’ strano, a volte, come le cose apparentemente più innocue e insignificanti possano da sole aprire le porte al Maligno e trasformare il più banale dei problemi nell’occasione suprema per la devastazione delle coscienze. Al campeggio, una cosa è stata sempre custodita con la massima cura e attenzione ed era la salute e l’incolumità dei campeggisti, bene supremo che veniva affidato a noi, tutori temporanei, di ragazzi che erano parte integrante della nostra vita. Qualunque cosa e chiunque avesse costituito una minaccia sarebbe stato annientato e Monaco, su questo, era intransigente: stato defcom 1, guerra temonucleare globale. Una delle aree di sosta preferite per i raduni serali dei leader dopo le attività appena concluse era sempre intorno alla vecchia mensa, c’era lo spaccio, il campo di bocce e altri luoghi che ispiravano serenità. Tra una chiacchiera e l’altra il tempo sembrava scorrere leggero e Monaco era seduto sulla porta laterale dello spaccio, in ulteriore ombra, fumandosi beato il suo inseparabile toscano, noi intorno discutevamo del più e del meno; immprovvisamente dall’angolo destro della mensa un minuscolo topo sguscia tra le gambe di Monaco, si infila sotto la porta della cucina entrando, senza permesso, nel santuario del Direttore. Non poteva esserci affronto peggiore. Non solo veniva violato il luogo sacro per eccellenza, lo si faceva sotto i baffi di Monaco e con rischio per la dispensa e quindi violazione dei sacri beni dei campeggisti: era troppo per un topo solo. Subito fu chiaro che quella notte non sarebbe rimasta una data anonima nello spazio-tempo. Tutto sommato la prima reazione fu abbastanza riflessiva: il locale più vicino alla porta, prima delle cucina era la dispensa e se la mensa era il santuario di Monaco, la dispensa era la sua sacrestia, lì erano custodite le cibarie per tutti ma soprattutto per i ragazzi. La porta fu aperta subito e alla prima ispezione si capì che il topo si era attestato nella dispensa e Monaco, come il generale Patton ordinò di armarsi immediatamente. Considerando lo spazio angusto i primi strumenti di intervento rapido furono delle scope con le quali si cercò di organizzare sistemi di assalto su percorsi predeterminati in cui, a gruppi di due, uno spostava o alzava scatole e sacchi e l’altro era pronto a colpire; il che in un locale di 10 metri x 10 poteva essere una buona strategia ma in uno spazio di 3 metri x 3 si rivelò una trappola mortale. Già c’era una prima gerarchizzazione tra chi aveva la scopa (e con essa la licenza di uccidere) e chi faceva da sherpa, ma lo squilibrio fu evidente quando cominciarono i primi avvistamenti perché chi spostava le cose o teneva i sacchi e scatole varie (cercando di non farle cadere) era ovviamente sulla linea di fuoco di almeno 4 tiratori, con le mani occupate, in balia dei colpi che arrivavano da tutte le parti. Furono operati vari cambi di formazione e strategie ma il risultato finale era sempre lo stesso: c’era sempre qualcuno pericolosamente esposto al fuoco (e non è una parola fuori luogo). Si cominciava ad avvertire un livello di tensione in salita. Due, tre avvistamenti a vuoto e giù botte da orbi. Porta rigorosamente chiusa per non fare troppo rumore e non “disturbare i campeggisti”; temperatura interna in lieve aumento. Marco V., approfittando di un momento di distrazione, assestò una poderosa mazzata che stese tre persone, inutile dire che un momento dopo fu sepolto dalla grandine divina. Nei colpi di ritorno la lampadina del soffitta fu colpita più volte cominciando a dondolare e creando strane luci e ombre e rendendo ancora più difficile centrare il bersaglio (dove finissero i colpi a vuoto potete facilmente immaginarlo, sulla testa di qualcuno in traiettoria), altri assalti a vuoto e la netta sensazione che prendere il topo fosse diventato un problema relativamente importante perché ormai gli avvistamenti erano chiaramente provocatori. Il topo dimostrò doti incredibili perché fu visto sulla testa di uno, sulle spalle di un altro, sotto il cavallo dei pantaloni di qualcuno e sulla faccia di un quarto. Non c’era più possibilità di fermare nulla, a ogni avvistamento l’obiettivo veniva puntualmente centrato da una scarica di mazzate prima che si potesse verificare la veridicità del fatto (nel dubbio, mena). Il trambusto saliva e ci fu un primo momento critico quando qualcuno avvistò il topo sulla testa di Monaco che ebbe solo il tempo di gridare: nooooo!!!!, prima di essere sepolto dai colpi; quello fu il momento di svolta perché per difendersi Monaco attaccò a testa bassa (in quel momento c’erano una decina di persone scatenate in 3 metri quadrati di spazio) roteando la scopa come un vecchio samurai e gridando: BANZAIIIIIII !!!. Chi era sulla linea di fuoco fu più pronto di lui e si tolse all’ultimo momento e lasciando il povero direttore schiantarsi contro uno scaffale: lo schianto fu tremendo ma ancora di più lo fu il rantolo che usci dalla sua bocca quando lo scaffale gli crollò addosso. Fu salvato in tempo dal seppellimento ma dovette difendersi da altri attacchi laterali (al peggio non c’è mai fine) utilizzando la scopa come ultima difesa e il manico si spezzò in due. Ripresa la posizione e l’orientamento costrinse tutti a un minuto di pausa “per riordinare le idee” perché, affermò: qui ci vuole “metodo” e con il suo ghigno subdolo si diresse verso la porta per prendere aria, così sembrò ai più e così lui lascio credere. In realtà andò in un baleno verso la direzione dove afferrò la mazza da baseball e si ripresentò un secondo dopo chiudendo la porta dietro di lui come il Clint Eastwood dei tempi migliori: non servì la musica per capire cosa sarebbe successo un attimo dopo. Sollevò l’arma (ormai era chiaro che nei fatti e nelle intenzioni quella era un arma a tutti gli effetti) e al grido di “Ricordate Alamo” puntò il primo malcapitato facendo partire un colpo che si schiantò sullo scaffale mentre finiva con il piede in un’improvvisata trappola per orsi (cappio con nodo scorsoio) allestita al volo da Valter C. e che lo fece crollare a terra. Il Maligno, intanto, osservava incuriosito e ammirato da tanto impegno per morire. Si andava a defcom 3 – luce gialla, primi scontri diretti mortali. Non c’era più nemmeno bisogno di simulare falsi avvistamenti e soprattutto non si facevano prigionieri; dopo un momento di smarrimento si ricomposero le fila e si formarono i primi gruppi e si approntarono le prime difese, ma, soprattutto vennero riviste le strategie: niente accerchiamenti, non c’era spazio, meglio l’attacco diretto. Ogni tanto qualcuno, simulando ferite, per nulla improbabili, usciva dalla porta per farsi soccorrere dalle premurose leader che avrebbero tamponato le presunte lacerazioni; in realtà fu subito chiaro che era una scusa per cercare nuove armi e così il problema per quelli che stavano dentro diventava non tanto controllare in che condizioni si trovasse il presunto ferito (in quel momento la cosa non aveva nessuna rilevanza) ma con che cosa sarebbe rientrato poco dopo. Un raro, autentico, avvistamento sembrò poter ricondurre il tutto alla “normalità” ma anche questa volta il bersaglio fu mancato e venne centrato un cacciatore con la mazza da baseball di Monaco – la reazione fu violenta e Monaco, mentre veniva disarmato, estrasse la pistola e sparò due colpi verso l’aggressore che solo dopo essersi rimesso in piedi, senza nessuna fontanella di sangue, capì che si trattava dell’inseparabile scacciacani del direttore e non della 44 magnum dell’ispettore Callaghan. La mazza da baseball fu subito restituita. Distratti dagli ultimi eventi i gladiatori non si erano resi conto della dotazione in armi a quel punto della serata: racchette da ping pong, 2 badili, una fionda, due fili elettrici in tensione (con cui Valter d. cercava di fulminare qualcuno), remi e altre amenità. Il Maligno non poteva restare insensibile a tanta mirabile energia negativa. Lo scontro successivo portò lo stato generale a defcom 2 – luce arancione, estensione degli ingaggi. E il livello fu subito onorato perché Enrico si presentò con un piccone che però non riuscì ad usare perché Monaco, come “IL VENTO DIVINO” si scagliò su di lui non consentendogli di caricare l’arma; ormai niente aveva più senso, anche le arti marziali persero efficacia negli spazi ridotti. Il problema non era e forse non era mai stato prendere il topo ma fino a che punto le posizioni sarebbero state tenute, fino a dove si sarebbe spinto lo scontro e, soprattutto, chi avrebbe imboccato la porta per primo lasciando agli altri la vittoria sul campo. Si poteva certamente entrare ma nessuno doveva uscire vivo di lì fino al compimento della missione. Gianni Polansky nel frattempo era montato sul frigorifero dello spaccio e da sopra il divisorio con la dispensa faceva arrivare dall’alto mazzate con un remo che sorpresero molti malcapitati che non avevano considerato la terza dimensione. Grande scuola di dottrina e pratica applicata fu il campeggio per molti di noi. Suonarono le trombe dell’Apocalisse. In effetti fu percepito un debole suono, forse un ronzio ma i più lo considerarono come effetto collaterale dei colpi ricevuti. Il livello defcom 1 – luce rossa, guerra termonucleare globale fu raggiunto quando uno dei colpi, non raggiungendo un obiettivo specifico, finì su un sacco della farina che esplose inondando l’arena di una nebbia fittissima. Quello fu il momento in cui l’Apocalisse prese una forma reale e si manifestò in tutta la sua drammaticità. Ora il nemico non poteva più essere visto, bisognava intuirlo e, in questo corso accelerato di meditazione zen, si doveva essere bravi e rapidi allievi per non restare mortalmente bloccati al primo livello di apprendimento. La Morte arrivava dal nulla, “ahi dura terra, perché non t’apristi”. Nella nebbia ho visto (si fa per dire) Monaco sbagliare bersaglio e colpire un proprio – presunto – alleato che, schiantandosi a terra, lo trascinava con lui; altre ombre si avventarono su una povera leader che cercava di trascinare fuori i feriti più gravi: DOVEVANO restare tutti dentro fino alla fine, ormai prossima. Se il cibo dei campeggisti andava difeso, noi quella notte onorammo la nostra missione: “mancò la fortuna, non il valore”. Chi può dire se dietro quella furia omicida ci fossero meandri dell’inconscio inesplorati e non risolti, antichi rancori o, peggio, lucida follia; non lo sapremo mai. Figure irreali si aggiravano barcollanti, era chiaro che ci stavamo avviando all’estinzione ma nessuno sarebbe uscito di lì senza il corpo del topo perché bisognava dare un senso a tutto questo; in effetti non abbiamo mai capito come la bestiola fosse sopravvissuta all’Apocalisse, ma così fu – fino a quel momento era stato l’unico superstite effettivo. Atti di estremo sacrificio e indimenticabili momenti di gloria si susseguirono senza nemmeno essere colti nel loro pieno manifestarsi, ad un certo punto, tirando giù uno scaffale contro il sopraggiungente Enrico, Valter C. disse: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare, frase molto eloquente e resa ancora più incisiva dallo schianto dello scaffale sul malcapitato. Come l’esercito russo nella battaglia di Borodinò non indietreggiò di un passo di fronte all’esercito invasore di Napoleone, così nessuno di noi avrebbe mai abbandonato il campo. Un po’ infarinato anche lui, forse approfittando del caos e della nebbia, il topo tentò una sortita, un’improbabile fuga verso la libertà e ancora, per la seconda volta, scelse le gambe di Monaco come viatico; con l’occhio felino il più grande dei Direttori saltò lievitando nell’aria con energia impensabile e la rinnovata furia di Gengis il Grande, perché questo affronto era troppo, perchè lui era il più grande dei samurai, perché quello era il momento della resa dei conti e perché si rese conto che il destino aveva assegnato a lui il colpo reale e non poteva farselo sfuggire. Non fu un colpo, fu uno schianto con grido assassino di rinforzo. Ancora oggi a distanza di tempo quando ripenso a quei visi infarinati e distrutti dalla stanchezza ma che non avrebbero fatto un passo indietro per nulla al mondo, mi chiedo come fu possibile uscire tutti vivi e sostanzialmente integri dalla Madre di tutte le Battaglie. Avevamo visto in faccia l’Apocalisse, ancora una volta sulla collina di Megiddo era stato combattuto l’epico scontro tra il Bene e il Male e ancora una volta il Bene aveva trionfato; che cosa è stato di quei valorosi guerrieri che onorararono la loro missione senza un attimo di incertezza, anche a costo della loro stessa vita. Le gesta più gloriose di quella notte sarebbero andate perdute per sempre e forse sarebbe successo, come spesso accade che “ il male che gli uomini fanno vive dopo di loro mentre il bene viene spesso sepolto con le loro ossa”. Era giusto ricordare il loro quasi estremo sacrificio e tramandarlo alle giovani generazioni come esempio, monito e giusta celebrazione del grande e indimenticabile condottiero Monaco Kan che per tanti anni fu custode, pur soffrendo di un male impietoso, di un’isola felice che accolse la vera, meglio gioventù. La breve e silenziosa cerimonia funebre fu caratterizzata da sentimenti contrastanti, fra tutti prevaleva certamente la sorpresa di essere, sia pure malridotti, ancora vivi, sull’improvvisata lapide del topo fu scritto: “l’ultima scopata gli fu fatale”. Nessuno poteva sapere quale sarebbe stato il nostro futuro, dove sarebbero andati i nostri sogni, stavamo vivendo degli anni irripetibili ma sapevamo con certezza che quel tempo non sarebbe più tornato. Guardandoci l’un l’altro e osservando lo sguardo impietrito di chi si era salvato dall’Apocalisse dopo aver visto in faccia il Maligno, ci rendemmo conto che la morte, per quella volta, era passata molto vicino a noi senza pretendere un tributo pesante e questa fu, se c’era ancora bisogno, l’ulteriore dimostrazione che in quel posto, alla fine di tutto, il Bene è sempre stato ricambiato con il Bene. Ricordate Alamo e non tutto andrà perduto.

mercoledì 26 settembre 2007

ESPIAZIONE

GUARDATE QUA COSA CI MANDA MARCO AGLIATA... mica ceci... La notte poteva essere spietata al campeggio, specialmente per quelli troppo distratti o troppo agitati. Culturalmente convinti dell’adagio “dura lex, sed lex” in quel lontano terzo o quarto turno del 1976 (solo 31 anni fa) avevamo a che fare con marco b. corpulenta e incontenibile furia della natura, uomo e leader totalmente privo di freni inibitori, controllato solo da due o tre persone ma di difficile gestione complessiva – di fatto era sempre pronto a tutto. Aveva non pochi lati deboli, tra questi l’ipersensibilità per l’avvenenza femminile e, sebbene non riscuotesse molto successo non se la prendeva e continuava a provarci: una macchina da guerra (non come il gentile salvatore che ha lungamente sofferto in silenzio per una persona). Serviva un piano elaborato, servivano dei complici, serviva una trappola allettante. La cosa fu architettata in questo modo: lui e il povero e inconsapevole gianni p. dovevano essere raggiunti da una soffiata che li avvisava che federica v. e elisabetta v. (complici consapevoli) li aspettavano al nuraghe (il serbatoio d’acqua verso il vecchio villaggio cadetti quando c’erano le tende) per una notte di passione. Erano tutti leader e quindi non c’erano problemi di sorta, in teoria ma …. Il tutto fu sagacemente preceduto da un editto di monaco che volle intervenire anche sugli usi e costumi dei leader, a suo dire troppo libertini, annunciando quindi che ogni effusione, incontro o altra attività losca eccessivamente animosa sarebbe stata punita severamente: cacciata a roma (ahi salvator, di quanto mal fu matre ...). Per fare questo, rendendolo più solenne, monaco fece riunire tutti i leader, fece tenere a me il discorso sui massimi sistemi e concluse sublimando ancora una volta la sua grande dote di sintesi: “il primo che si infratta gli scasso le corna e lo rispedisco a roma a calci nel sedere”. Mai sentite tante minacce (ripetute spesso e in tante occasioni ma attuate, ahi salvatore (di nuovo), solo in pochissimi casi e solo perché spinto da altri soggetti) da parte di una persona con un cuore così grande. Il discorso fu abbastanza convincente, qualche malumore, richieste di chiarimenti, conclusione: e va bene cerchiamo di non esagerare. Per non farci mancare nulla, guarda caso, proprio quella sera feci una chiacchierata con marco b. dicendogli quanto io e monaco fossimo soddisfatti del suo impegno con i ragazzi, del suo entusiasmo anche se a volte un po’ esagerato e del suo radioso avvenire, l’anno successivo, da capo villaggio per meriti conquistati sul campo. Evitai di aggiungere altre doti quali la prudenza, la saggezza, la calma, la pazienza, la cura delle cose per non generare sospetti. Insomma la fase preparatoria era terminata ora le cose dovevano accadere “da sole”. Il povero gianni p. fu praticamente trascinato a forza (tipo obelix che si portava dietro i cinghiali) perché non era convinto, temeva le nostre trame e poi non era ispirato – raro uomo di solidi principi per il quale l’infratto selvaggio non aveva nessuna attrattiva; lui grande cultore della letteratura, credeva e sognava ancora l’amore cavalleresco, quello che toglie il fiato, non era interessato a queste cose terrene. Dovette cedere (così si difese più tardi) per non rischiare a sua volta violenza sessuale per il suo rifiuto. La questione era di fondamentale importanza marco b. non si poteva presentare da solo perché le fanciulle erano in due e questo avrebbe reso il tutto improponibile perché l’uomo, a suo modo, aveva solidi principi, e che diamine! I due malcapitati, dopo manovre rocambolesche per sfuggire alla nostra vista riuscirono a dirigersi verso il luogo stabilito non sapendo che intorno ai cespugli del nuraghe c’erano almeno 10-12 persone che non volevano perdersi lo spettacolo, dovevano in qualche modo garantire l’incolumità delle ragazze dall’eventuale raptus sessuale molesto di marco b. e avevano giurato su tutto che non sarebbe volata una mosca: in effetti furono quasi di parola, rumore non ne fecero tanto, qualcos’altro si. Le due fanciulle protagoniste dello scherzo avevano già raggiunto la postazione poco prima, controllando anche nei cespugli per accertarsi di essere adeguatamente difese. Tutto sembrava perfettamente a tempo. Eravamo appostati con monaco dietro la direzione e vederli andar via fu come assistere all’ultimo miglio di due condannati alla gogna o peggio, anche perché marco b. era una persona buona, in fondo, e quello che stavamo facendo non era proprio carino, come spesso accadeva. Ma il male, ancora una volta e nonostante tutta la nostra opposizione, si era impadronito di noi e ormai non si poteva più tornare indietro; con grande sofferenza restammo fedeli alle nostre consegne, c’era uno sporco lavoro da fare e qualcuno doveva pur farlo. Il copione prevedeva che le ragazze dovessero spingersi solo a un leggero approccio fisico, restando vestite, se possibile – l’accordo prevedeva che questo approccio fosse anche un po’ rumoroso (non respiri ansimanti, per non esagerare e correre inutili rischi) cercando di ridere e parlare a voce alta per consentire a me e a monaco, stranamente di ronda proprio da quelle parti e proprio in quel momento di pescarli sul fatto. Le cose andarono più o meno così. Poco prima di mezzanotte la fatidica ronda piombò dalle parti del nuraghe attirata da rumori, voci e gridolini sospetti che, sentendo le nostre voci, si interruppero subito. Monaco cominciò a roteare la sua torcia cercando in tutte le direzioni e dicendo di aver sentito qualcosa, sicuramente c’era qualcuno, perché lì e perché ora improvvisamente questo silenzio? Per un momento immaginai le sensazione dei due malcapitati (nel 1968, da campeggista, mi ero trovato in una situazione analoga e con rischi reali di espulsione, mi salvai con mossa astuta ma tensione alle stelle), sapevano che in quella posizione non avevano scampo, eravamo troppo vicini e l’unica via di fuga era verso la peschiera. Per rendere la cosa più sofferta, dopo un sadico sguardo di intesa, monaco esclamò che non c’era niente di sospetto, che mi ero sbagliato, che ero uno disattento (la parola esatta non fu proprio quella) e che potevamo tornare indietro perché lì non succedeva nulla. Facendo finta di tornare indietro di qualche passo, notai due leader (un uomo e una donna) di cui non farò mai il nome e che nell’attesa si stavano dando da fare sul serio e a quel punto pensai veramente all’immensità dell’immaginazione umana: mentre gli attori recitavano la commedia a soggetto (per alcuni) e il prossimo e inconsapevole dramma (per altri) gli spettatori si calavano perfettamente nella parte (sia pure con gli abiti solo moderatamente scomposti) e davano libero sfogo alle loro passioni più profonde rese ancora più intense dal clima elettrizzante di quei momenti. Il delitto paga. Ovviamente le due fanciulle complici dovettero faticare un po’ a ripristinare la giusta atmosfera, i poveri malcapitati erano troppo nervosi, fiutavano il pericolo era come se si stessero rendendo conto che averla scampata una volta era già troppo e che la fortuna non sempre passa due volte, come il postino, per lo stesso posto. Ma, come dice il poeta “galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse, quel giorno più non vi leggemmo avante” e così, superati gli indugi, le resistenze e le giuste paure la tela cominciò ad essere tesa di nuovo per poter accogliere le sue prede. Come il ragno paziente aspetta che le sue prede siano ben avvolte nei suoi fili al punto da non poter più liberarsi, così i due aguzzini (io e monaco) aspettavamo in silenzio il momento giusto per intervenire. La seconda apparizione non sarebbe stata annunciata e rumorosa come la prima che aveva lasciato scampo e speranza ai due malcapitati, doveva essere fulminea e micidiale, senza lasciare scampo al dubbio e alla fuga. Quando ormai si stavano lasciando andare verso paradisi dei sensi e della mente in una tiepida notte d’estate, il postino suonò per la seconda volta. Ma anche qui le previsioni furono presto smentite. Ripreso il finto corteggiamento nel quale uno soltanto dei quattro, ignaro, interessato e convinto di poter raggiungere un qualche risultato era veramente calato nella parte e lasciati passare due minuti scarsi ecco che i torturatori si avvicinarono al luogo del misfatto in silenzio e all’ultimo metro, accesero le luci, la voce di monaco tuonò: che cosa (anche in questo caso il termine esatto non era quello) succede qui, chi siete? (volutamente l’illuminazione era stata parziale e carente per dare ancora più tensione al tutto). A quel punto il povero gianni p. rimase impietrito come colto da coma pietrificante, occhio sbarrato, respiro ansimante sudori freddi, mantenendo comunque una sua dignità, mentre marco b. con uno scatto felino si diresse verso la peschiera: all’onta e alla vergogna il poveretto preferiva la morte o un suo diretto surrogato perché la peschiera di notte non era certo il più invitante dei luoghi. Non poca fatica fu necessaria a intercettarlo e bloccarlo, gli altri imboscati dopo pochi secondi, simulando una loro casuale presenza, intervennero per contribuire al bloccaggio di quel povero disgraziato che a quel punto, vistosi perso si lasciò andare a terra, in ginocchio, senza più energie, pronto a ricevere la pena “io venni men così com’io morisse, e caddi come corpo morto cade” forse preferendo l’espiazione alla lunga agonia da peschiera. Monaco, già pronto a sbottare per le risate, riprese la concentrazione richiesta dalla parte e cominciò a gridare: disgraziato che hai fatto, maniaco, figlio di …, assassino ninfomane (nella foga il concetto veniva espresso da parecchi punti di vista) io ti distruggo, alzando il bastone (che aveva portato con se ) come un castigatore della provvidenza e calò una prima mazzata su un braccio ma che in effetti direzionò sul cespuglio accanto spaventando il povero disgraziato ancora di più. Il poveretto non reagiva, continuava a non dare segni di reazione alcuna, riceveva la sua punizione convinto che solo così avrebbe potuto espiare la sua colpa; e si sbagliava. I 4 libertini furono portati in direzione dove vennero sottoposti a un processo sommario in cui si concluse che la colpa di tentato atto sessuale (sia pure incompiuto) andava punita con il massimo della pena. Delitto e castigo Poche parole del processo. Nella direzione, alla luce elettrica tutti potevano vedere tutti e durante la requisitoria, alla presenza di pochi leader fidati, cominciò un faticosissimo esercizio a non guardarsi in faccia per evitare lo scoppio di risate; quelli che non reggendo si accorgevano di non tenere più chiedevano di poter bere un bicchier d’acqua dall’infermeria (ci fu una epidemia di assetati). Per fortuna la requisitoria durò poco, fu durissima: la fiducia tradita, il futuro radioso come leader, la parola data e giù a pioggia. Solo il povero marco b. tentò una giustificazione, qualcosa come non può essere così grave, non e successo e non sarebbe successo niente ma lo tradiva l’occhio da satiro che fu usato anche come aggravante (su questa bestialità cominciarono a uscire le lacrime dei cospiratori annunciando il temuto scoppio di risate). Inaspettatamente il povero gianni p., riconoscendo anche nella sua sola intenzione la colpa si autoespulse dal campeggio dichiarando di andare a fare le valigie e di essere pronto a partire la mattina dopo. Questa dichiarazione ricompose tutti e la drammaticità, il coinvolgimento emotivo e il dispiacere sincero del suo autore cominciò a scavare un solco in quelle dure coscienze che cominciavano ad assistere alla crudeltà dell’ingiusta espiazione. La condanna doveva essere esemplare ma immediata, un inutile e ulteriore strazio non era giusto. I quattro furono separati anche perché ormai le due fanciulle piangevano quasi a dirotto, ma non per il dispiacere, perché non potevano più trattenere le risate e le due vittime sacrificali furono fatte entrare nell’infermeria in attesa del responso che richiese un attimo di tempo perché si era ormai capito che alla comunicazione dello scherzo ai due derelitti ci sarebbe scappato il morto quindi bisognava ritardare il più possibile i loro movimenti e facilitare la nostra fuga. La decisione fu presa rapidamente, monaco avrebbe messo in salvo le ragazze, io dovevo ritardare l’assalto e dichiarare lo scherzo: era un lavoro ancora più sporco e nessuno voleva farlo. Monaco prese le chiavi della macchina e si preparò a muoversi ma non voleva perdere la scena quindi i due disgraziati furono spostati nella stanza della direzione con finestra (con grate) aperta sulla macchina di monaco con lui accanto pronto a sparire e le due ragazze di fronte ai rispettivi sportelli (sembrava una partenza della 24 ore di Le Mans con equipaggio multiplo). Io entrai nella stanza parlando a voce un po’ alta perché da sotto sentissero bene tutto, nel frattempo sopraggiungevano anche altri leader. Con espressione seria cominciai la lettura del verdetto: (la ricostruzione è indicativa ma la sequenza è corretta) ragazzi, la cosa è molto seria, non è possibile dare una parola e poi fare l’opposto, dove sono andati i valori, dove sono andati i nostri convincimenti più saldi, ma , soprattutto, dove sono andati i nostri sentimenti - abbiamo apprezzato che nessuno dei due ha cercato inutili scuse, ciascuno si è assunto le proprie responsabilità, questo è bello, ci conosciamo da lungo tempo e con te gianni p. da una vita, non è possibile che non abbiate ancora capito che la vita reale ha molte sfaccettature e non sempre quello che vediamo è reale, non è possibile cadere al primo passo sia pure invitante, non è possibile pensare che tutto sia possibile e non accorgersi di quanto sia facile cadere in terra, perdere la lucidità e non capire che quello che avete ricevuto è stato un invito fatto da due attrici consumate che vi hanno intortato come due tordi – pausa – salutino delle due ragazze dalla finestra con voce in falsetto mentre montano sulla macchina di monaco che accende il motore e parte a razzo. Poche volte ho visto il male prendere forma, sotto sembianze umane, con tale violenza e impressionante velocità nello spirito di due persone sostanzialmente di buon animo ma la rabbia era troppa, la tensione esplose e si lanciarono verso la porta per strangolarmi (parlo di strangolamento perché sono un inguaribile ottimista) o altro? – non interessato a chiarire il dilemma mi catapultai fuori della direzione riuscendo a vedere le luci posteriori della macchina di monaco (la vecchia 1300 Fiat color amaranto) all’altezza della loggia, qualche leader sparpagliato intorno alla direzione (chissà se la mia prossima morte avrebbe ulteriormente stimolato i due infrattati veri che non avevo più visto?) e cominciai a correre pensando solo a sentire più vento possibile sulla faccia; una buona prestazione sugli ottocento piani mi ha permesso di raccontare questa storia. Le forme di espiazione assumono sempre configurazioni e destinazioni diverse da quelle immaginate ma una volta ricongiunti, 30 minuti abbondanti di risate liberatorie ci resero più sereni.

martedì 25 settembre 2007

FINALMENTE

HO TROVATO QUESTO SCRITTO DI MARIO ALAMPI INVIATOMI TEMPO ADDIETRO CHE PUBBLICO DI CUORE SPERANDO IN UNA SUA CONTINUAZIONE ... E IN UN ESEMPIO PER GLI ALTRI DORMIENTI
Y.M.C.A.

Young Men’s Christian Association.

Associazione cristiana dei giovani,di origine protestante,molto W.A.S.P.

Quella della canzone dei Village People nonché quella citata per i suoi ostelli da Jack Kerouac nel suo libro più famoso “Sulla strada”. Il suo simbolo è un triangolo rosso i cui vertici rappresentano corpo,mente e spirito. Portata in Italia nell’immediato dopoguerra dagli americani e da un gruppo di pastori protestanti .

Come poteva mai diffondersi in Italia con questi presupposti?

Eppure l’YMCA italiana è stata per diverse generazioni di giovani una scatola magica dove poter trovare tutto l’immaginabile ed il suo opposto in una perfetta convivenza, creando uno stile di vita e di personalità difficilmente definibili e ripetibili.

Parlerò degli anni in cui ero giovane, gli anni 70 ed 80, e cercherò di essere un testimone di ciò che accadeva dentro e fuori dell’YMCA,e di ciò che accadde a me...

Negli anni Settanta qualunque giudizio su persone, azioni e cose era visto attraverso le lenti colorate della politica: rosso, nero, tutte le sfumature intermedie, democristiano (come i nostri genitori). Tutto era politica o poteva diventarlo, i minimi dettagli della vita privata venivano catalogati come di destra o di sinistra.

Il Sessantotto era appena arrivato dall’estero in un’Italia ancora provinciale che ne aveva sposato soprattutto le mode ed il “look”, ma le differenze sociali restavano nette, anzi sembravano accentuarsi. Ultracattolici ed atei materialisti, lavoratori e padroni, laureati (dott. e prof.) e non (solo sig.), vecchi “matusa” e giovani, settentrionali e meridionali, quartieri “bene” e zone malfamate.

All’YMCA, che non era certo un eremo o un’isola, queste differenze erano puntualmente riprodotte e puntualmente venivano annullate. Fascisti e comunisti, entrambi con capelli lunghi e, laddove l’età lo consentiva, barba incolta, vestivano “hippy”con roba usata comprata ai mercatini, cantavano insieme “We shall over come” e “Blowing in the wind”, ed insieme si commuovevano l’ultima sera del fuoco al campo con il canto dell’addio sulle note del “Valzer delle candele”. Operai ed artigiani insegnavano a professori universitari un po’imbranati le più elementari attività manuali, ed in cambio venivano eruditi sul gioco degli scacchi o sulla letteratura e sull’arte. Fichetti abituati ad avere servitù a casa propria venivano destinati a fare gli sguatteri per mense da 100 pasti tre volte al giorno. C’era uno scambio continuo e divertito di gerghi e vocaboli, usi e costumi, vestiti ed accessori tra nord e sud, tra ricchi e poveri. La regola economica che teneva in piedi tutta l’organizzazione era semplicissima: se vuoi fare attività sportive o ricreative o i mitici campeggi pagherai meno che altrove perché istruttori e” leader” sono volontari, quasi sempre ex-ragazzini cresciuti all’YMCA; se proprio non hai un soldo, qualche sistema troveremo per farti partecipare. Insomma si chiudeva il cerchio di un microcosmo multietnico (c’erano ovviamente anche stranieri o attività all’estero), senza pregiudizi razziali, sociali o religiosi.

Paradossalmente questo sistema così efficiente comincia a scricchiolare proprio negli Anni Ottanta, che si rivelano subito più disimpegnati, più frivoli, tutti griffes e videoclip. Niente più politica, niente più Russi contro Americani, tutti un po’ socialisti rampanti, pensiamo a divertirci ed a fare soldi e successo. Macchè volontariato, andiamo a fare gli animatori e le vacanze nei Villaggi Valtur, magari sfondiamo anche nel mondo dello spettacolo…E così il mondo spartano dell’YMCA entra in crisi, non solo economica, ma anche di valori: tutti i rituali tribali della comunità YMCA non resistono all’assalto di nuove leve, di figli di papà che hanno tutto e non credono in niente (anche di “laico”), quindi smontano e ridicolizzano tutto.

Finiva l’era dell’Associazione (non solo la nostra) in cui ciascuno era un “personaggio “ inimitabile, ed iniziava l’era dell’Individuo gasato ed autosufficiente, ma in realtà un depresso in fotocopia, un’era che purtroppo dura tuttora.

Peccato. Resta però il privilegio di esserci stati e di avere vissuto quel periodo “eroico” con altri indimenticabili compagni di viaggio, ed è di questo viaggio che da ora in poi voglio parlare, e mi si perdonerà se a tratti il contenuto sembrerà fiabesco o leggendario: la memoria e la nostalgia vanno assecondate.

( Continua… )